
Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti
Palermo, Sellerio Editore
252 pp., € 16
Viene presentato come un film di animazione della Pixar o della Disney, perché racconta di un intero universo di animali antropomorfi che parlano, lavano i piatti e dormono nei letti. Ma è un’indicazione fuorviante, perché questo libro, il riuscito esordio di Bernardo Zannoni, che racconta le memorie di Archy, faina istintiva come un animale ma dotata del pensiero e della scrittura come un uomo, non ha nulla dell’incantata ed edificante fiaba per bambini.
Archy la faina racconta la propria storia sin dalla nascita. Sin da quando suo padre, rubagalline per necessità, viene colto in flagrante e ammazzato. Sua madre, allora, nell’inverno innevato e spietato che non lascia prigionieri, si ingegna per la sopravvivenza e, quando capisce che Archy, nel frattempo diventato zoppo per un maldestro incidente durante la prima battuta di caccia in solitaria, non le è di nessuna utilità, lo baratta in cambio di una gallina e mezza («Ma la metà dopo un mese. E solo se lavora come dici», pretende l’usuraio Solomon, cui viene ceduto Archy).
Schiavo di Solomon, volpe intelligente e senza cuore, Archy continua nella scoperta della vita, delle sue pulsioni e delle sue leggi biologiche: ma a un certo punto Solomon, che ha rubato il fuoco della scrittura all’uomo come l’uomo lo rubò agli dei, instilla in Archy l’idea che possa esistere un’entità sovrannaturale (Dio, “il padre del mondo” e “l’unico che non muore”): e questo porta Archy alla sconvolgente scoperta della morte, e poi a interrogarsi, a riflettere, a scoprire gli interrogativi esistenziali. Solomon diventerà il suo maestro («Non sei stupido affatto», gli ripete con ammirata sorpresa) e da lì si innescherà la girandola di eventi che porterà Archy a innamorarsi, a fare figli, a invecchiare, e che lo porterà a vivere l’amore, la fame, la violenza, il freddo, la vecchiaia e la morte. A oscillare tra l’animale e l’uomo.
Parabola dickensiana dell’orfanello, per cui Oliver Twist è un riferimento obbligato, se non altro nel trigger della trama, riferimenti molto stretti per questo libro sono anche il George Orwell di La fattoria degli animali, per il disegno di un mondo di animali antropomorfi che permette di mettere a nudo, nell’allegoria, le ipocrisie della dimensione morale e sociale dell’uomo, e il Richard Adams de La collina dei conigli, che fa muovere un intero esercito di conigli e altri animali antropomorfi; ma la concezione della natura e della vita può far pensare ad Albert Camus, all’assurdo dell’esistere da cui ha origine la disperata ricerca di un senso.
Tutti gli animali del libro obbediscono alle leggi della sopravvivenza, della dominazione, del calcolo e della necessità biologica, senza alcuna compassione per la vita altrui, senza alcuna consapevolezza, deterministicamente e brutalmente seguaci dell’hobbesiano homo homini lupus (e non sfugga che il protagonista appartiene alla specie animale delle faine). Su questi però si impone la consapevolezza della tragedia dell’esistere: la certezza della morte, della propria morte, e la presenza di un Dio, che ha un volto ignoto che verrà conosciuto solamente nell’attimo fatale.
Colpisce molto, questo esordio, per la naturalezza nel raccontare e per la capacità di tenere la barra dritta nella messa a fuoco dell’immaginario narrato, senza cedimenti intellettualistici o retorici di alcun tipo, nonostante la narrazione sia imperniata sulla consapevolezza esistenziale dell’incessante forza della biologia, che tutto domina e che muove gli animali (gli umani?) secondo le proprie leggi. La tonalità dominante, sia a livello contenutistico che a livello stilistico, è l’essenzialità: l’essenzialità dei rapporti tra esseri viventi, ridotti ai loro bisogni primari, l’essenzialità della voce narrante, l’essenzialità di una resa formale costruita su frasi brevi, secche, senza ornamenti.
Valga a mo’ di esempio questo passaggio, in cui i due fratelli, il protagonista e Leroy, discutono della possibilità di sfamarsi di un terzo fratello, Otis, debole e destinato a sicura morte:
Avevamo quasi sempre fame, dopo di quella veniva il freddo. Certi giorni non scendevamo proprio dal letto, e lottavamo con i crampi allo stomaco sotto le coperte, stretti l’uno all’altro. Una volta Leroy mi svegliò:
– Hai freddo?
– Ho fame, – risposi.
– Anch’io. Potremmo mangiarci Otis. È piccolo, e debole.
Non pensai mai che fosse uno scherzo. Tastai con la lingua i dentini che andavano crescendomi in bocca. Non dissi nulla.
– Forse ho più freddo che fame.
Nostra madre entrò nella tana prima che potesse rispondermi. In qualche modo, pensai che con la mia vigliaccheria potessi averlo offeso, e per un po’, anche dopo mangiato, non riuscii a prendere sonno. Da lì cominciai a capire che tra me e Leroy c’era una leggera, orribile differenza: era più animale di me. Pensare che anche lui se ne fosse reso conto mi angosciò parecchio. Tuttavia nessuno dei due mangiò Otis. Ne Leroy mangiò me.
Le dinamiche biologiche si mostrano impietose nella loro durezza, Archy sta guadagnando la consapevolezza della sua natura di debole rispetto al fratello Leroy, chiaramente destinato a prevalere secondo lo schema darwiniano, anche se poi quella stessa natura si rivelerà in una luce più completa, la luce della consapevolezza esistenziale.
Il primo segno della diversità di Archy viene mostrato in uno dei dialoghi tra Archy e la volpe Solomon, quando il protagonista, fino ad allora fragile, goffo e incapace di cacciare, mostra la qualità che lo destinerà ad altro: la sua intelligenza.
– Cos’è, l’osso non ti piace? – Mi disse indicandolo.
– È vuoto, signore.
– Non sono un signore. Sono il TUO signore. Chiamami così.
Annuii, ma l’osso non lo toccai.
La vecchia volpe continuò a fissarmi.
– Non sei stupido, – disse, riempendosi il piatto. – No, non sei stupido affatto. Sei figlio di Davis, vero?
“Non sei stupido”. Il cinico e calcolatore Solomon riconosce che Archy non è stupido, e noi per la prima volta scopriamo che questa debole faina ha un punto di forza, si eleva rispetto ai suoi fratelli.
Se la narrazione funziona così bene lo deve proprio alla totale assenza di incanto, all’asciutta inesorabile impietosità con cui vengono disvelate le pulsioni che sottostanno alla vita animale.
Gli stupidi intenti cui fa riferimento il titolo non sono “miei”, ma “nostri”, perché nelle memorie di Archy la faina gli stupidi intenti animali, e quindi dell’animale umano, sono narrati con delicata lucidità.
Due scrittori affermati come Marco Missiroli e Giorgio Fontana, segnalando questo libro, hanno già gridato al “miracoloso romanzo” e allo “stato di grazia”:
“Esistono vari modi di strillare un libro magnifico. Ma solo un modo è giusto per “I miei stupidi intenti”: leggetelo, leggete questo romanzo in stato di grazia”
M. Missiroli
“Davvero non c’è nulla dell’esordiente in questo miracoloso romanzo che Marco Missiroli ha giustamente definito “in stato di grazia”: c’è invece una saggezza remota e profonda, di sapore biblico; c’è il segno inequivocabile della letteratura. Tutte le mie congratulazioni, tutti i miei auguri.”
G. Fontana
Concordiamo. Anche a volersi tenere lontani dall’enfasi, non si può non riconoscere come questo esordio costituisca un’insperata sorpresa, una piccola e preziosa gemma nel panorama editoriale.