Crossroads

Una giacca di montone simboleggia il tentativo di recuperare la virilità giovanile da parte del pastore Russ. Compiere un atto autenticamente buono è la disperata sfida di Perry, un adolescente con un’intelligenza troppo ingombrante per la sua età. Marion, moglie e mamma devota, si reca segretamente da una psicologa per confrontarsi con il suo passato difficile, ma neanche a lei rivela tutta la tragica verità. Conquistare il cuore del carismatico Tanner, cantante rock, significa per Becky, la reginetta della scuola, raggiungere un fondamentale traguardo di crescita. La scoperta della passione amorosa si accompagna per Clem alla drammatica scelta morale di arruolarsi volontariamente per andare in Vietnam. 

Sono i fili narrativi intrecciati che costituiscono la trama dell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Crossroads. Ma tutti questi fili si orientano in una direzione comune: quella dell’esplorazione della religiosità, in un prisma romanzesco che porta alla luce le sfumature della personalità umana di fronte alla sfida del trascendente: di fronte alla religiosità da ritrovare come nel caso di Russ, alla religiosità da interpretare e comprendere come nel caso di sua moglie Marion, alla religiosità da scoprire come nel caso della loro figlia Becky o alla religiosità da negare, come nei casi, diversi tra loro ma convergenti, dei loro figli Perry e Clem.

È un terreno insolito per Franzen, che ci ha abituati a orbitare ossessivamente (e lucidamente) attorno al tema delle disfunzioni della famiglia occidentale nell’epoca del consumismo. Ma il motivo della saga famigliare non scompare, rimane centrale, perché i personaggi sono legati dalla circostanza di appartenere alla stessa famiglia, quella degli Hildebrandts, e perché gli intrecci e le relazioni tra loro compongono l’ossatura della storia. Semplicemente, in Crossroads, il tema trova collocazione in un quadro più ampio.

La trama ruota attorno a due date. La prima è quella del Natale del 1971. È durante l’Avvento del 1971 che Russ matura il suo piano di sedurre Frances Cottrell, giovane e attraente parrocchiana vedova; è durante l’Avvento del 1971 che Clem decide di arruolarsi mollando l’università e lasciando la sua fiamma Sharon, la ragazza con cui ha scoperto la passione amorosa e il sesso; è durante l’Avvento del 1971 che Perry intraprende la strada del non ritorno e che Marion decide di fare una rigorosa dieta per perdere i chili di sovrappeso, il rassicurante guscio della sua adesione alla maschera sociale della mamma perfetta. La seconda, quella della Pasqua del 1971, è quella da cui parte lo scioglimento delle tante trame che si sono annodate nei mesi intercorsi.

Se Crossroads è un’allusione agli incroci che determinano la vita di tutti noi, ma anche al nome del gruppo parrocchiale attorno a cui ruotano i personaggi del romanzo e al disco del genio blues di Robert Johnson che tanto piace a Russ Hildebrandt, il sottotitolo A Key to All Mythologies rimanda, in modo autoironico, come spiega Franzen nelle interviste, all’opera incompiuta di Casaubon in Middlemarch, il capolavoro di Gerorge Eliot e della forma romanzo ottocentesca, perché Crossroads, romanzo rigorosamente autoconcluso, vorrebbe essere nei progetti dell’autore il primo di una trilogia. Si avverte in questo, neanche tanto mascherata dall’ironia, l’ambizione dell’ultima sfida letteraria di Franzen, che dopo essersi misurato con successo con la forma romanzo sa che la posta in gioco, il gradino che lo porrebbe su un piano di ineguagliata complessità, è analizzare l’evoluzione dei personaggi non in una singola famiglia, ma al susseguirsi delle generazioni (il nucleo originario, quelli che formeranno i figli, quelli che formeranno i figli dei figli) e delle vicende storiche (i primi accenni di liberalizzazione dei costumi degli anni settanta, il consumismo di fine anni novanta, il mondo digitalizzato degli anni venti). Staremo a vedere.

Di sicuro, Crossroads non sfigura nella galleria delle opere di Franzen, ed è paragonabile per riuscita a Le Correzioni e a Libertà. Riuscita la trama, nella sua capacità di compattare fino all’acme drammaturgico le storie dei cinque personaggi. Riusciti i personaggi, in parte variazioni su tipi umani già esplorati da Franzen, in parte assolutamente originali. Riuscita, soprattutto, la rappresentazione delle loro complessità morali e psicologiche.

Da questo punto di vista, ci troviamo, come si sarà capito, nel più classico dei territori franzeniani, quello degli ”hyper vivid characters”. A Franzen basta dosare pochi precisi tocchi di caratterizzazione estetica, fisica e mimica, perché il grosso del lavoro lo compie con l’analisi costante dell’evoluzione dei loro stati d’animo, dei loro pensieri e della loro voce nei dialoghi. Il suo consumato mestiere raggiunge qui l’apice, anche se va detto che, soprattutto nell’ultimo terzo del libro, probabilmente sarebbe servito, per obbedire alla causa del realismo, arricchire descrizioni e scenografie. Ma del finale affrettato si dirà anche dopo.

Molto riuscita la tecnica della costante rotazione dei punti di vista, per cui ogni capitolo (più di venti in totale, e questo mostra la complessità di tenere le fila) presenta la focalizzazione su uno dei cinque personaggi, in un passaggio di staffetta che non viene violato in nessun frangente del romanzo. La capacità di mostrare la stessa scena da più punti di vista, lo stesso litigio e la stessa discussione, il poliprospettivismo costitutivo del suo storytelling, rimane uno dei motivi di pregio dell’opera di Franzen e tocca probabilmente il suo vertice. Scoprire che le frustrazioni e alcune scelte di Russ, perfettamente legittime nella sua ottica, appaiono a suo figlio Clem come una prova inequivocabile della sua debolezza, oppure scoprire come la totale mancanza di sintonia tra Becky e Perry, l’una reginetta di estremo acume sociale, l’altro genio sociopatico con tratti schizofrenici, sia vista nella prospettiva di entrambi, è uno degli esempi della capacità di Franzen di calarsi nei panni dei personaggi.

Spicca, per complessità e vertiginosità, il personaggio di Marion. La moglie di Russ ha una parvenza di bonarietà puritana, un’esistenza tutta casa e chiesa, «la densa, tiepida nube di mammina» per usare una riuscita espressione dell’autore stesso in uno delle rare concessioni alla creatività linguistica dello stesso (ma dello stile parliamo subito dopo), che dietro la facciata nasconde un passato tragico e una personalità ferina.

A livello stilistico, va registrata una definitiva maturazione. Le punte di corrosività del primo Franzen, in particolare del romanzo che lo ha reso famoso, Le Correzioni, con le sue vette di realismo isterico, erano andate scemando nei romanzi successivi e sono qui quasi del tutto scomparse. Franzen è giunto a un livello di trasparenza lessicale e retorica, in cui, per manifesta ammissione dell’autore, si sacrifica l’esibizione del virtuosistico solfeggio per non frapporre alcun ostacolo artificiale al realismo della rappresentazione. La lingua si mette al servizio del realismo delle psicologie, delle interazioni tra i personaggi, della delineazione del loro milieu storico e sociale, mostrando un autore libero da qualunque ansia da prestazione o esibizione dei muscoli letterari.

L’obiettivo è ampiamente centrato, in un romanzo che, a dispetto della mole e della complessità dell’affresco, si legge con scioltezza e si concede solo pochi, sorvegliati gustosi passaggi di espressionismo, che pure riescono così bene all’autore. Nello specifico, sono le sequenze in cui il punto di vista è quello di Perry, genietto della chimica e di tante altre disciplina con 160 di QI, una velocità mentale imbarazzante e la propensione a fare uso di droghe, che permettono a Franzen accensioni in questo senso. Ma l’obiettivo chiave rimane rendere linguisticamente il punto di vista del personaggio, e nel caso di Perry ha una chiara giustificazione funzionale.

Non solo. Domina nelle pagine una tonalità calda ed empatica, meno cerebrale dei precedenti romanzi, che aggiunge un tocco di comprensione umana e di compartecipazione alle vicende e le rende ancora più concrete e intellegibili.

In una delle scene più riuscite in assoluto, il dialogo tra il quindicenne Perry, un prete cattolico e un reverendo, si analizza la questione del Bene. Perry è convinto che la possibilità di calcolare le conseguenze delle proprie azioni come in una partita a scacchi limiti la possibilità di fare del Bene, perché dietro un’apparente azione benigna si nasconderebbe sempre il raziocinio che permette di giungere, sul lungo periodo, a un vantaggio personale. E quando, ossessionato da questa intuizione, chiede a due religiosi cosa sia precisamente il Bene, la vuotezza delle risposte ricevute dà il la alla sua profonda crisi intellettuale e spirituale. La scena, pur nel contesto del realismo della rappresentazione narrativa del contesto, raggiunge momenti di dostoevskiana profondità, e il lettore avverte la disperazione di Perry al constatare che la sua intelligenza gli impedisce di accedere al calore di rapporti umani autentici e all’illusione di partecipare al compimento del Bene.

Tra le note negative, appare forzato il pistolotto da romanzo sociale sulla riserva indiana, un rimasuglio del primo Franzen che, per qualche motivo, si sente vincolato a inserire dei messaggi socialmente forti, ma retorici, anche in opere che ruotano attorno a tutt’altro asse.

Si diceva del finale, o più in generale dell’ultimo terzo del libro. L’impressione è che lo scioglimento, che giunge con un evento tragico che riporta i protagonisti adulti Russ e Marion alla piena adesione al loro ruolo famigliare e sociale di genitori, faccia accelerare la narrazione, che i tasselli dopo la tragedia vadano al proprio posto con troppo zelo, come per obbedire alla stanchezza dell’autore. Va detto che l’ultimo scambio di battute lascia presagire un proseguimento: proseguimento che, come ovvio che sia, si sposterà sul piano dei figli, in particolare di Becky e Clem. 

Attenderemo – fiduciosi – come Franzen saprà (ri)raccontare la società degli anni novanta, la cui rappresentazione tanta gloria gli ha già dato.

Jonathan Franzen, Crossroads
Giulio Einaudi Editore
600 pp., € 20.90

Lascia un commento