«Solo vera è l’estate»: il saggismo di Francesco Pecoraro

Ho avuto modo di leggere l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro, Solo vera è l’estate, pubblicato qualche mese fa da Ponte alle Grazie (208 pagine). Scrittore novecentesco per anagrafe (è nato nel 1945), per immaginario di riferimento e per concezione della forma romanzo, Pecoraro costruisce un’opera imperniata, per una volta, su protagonisti ben lontani dalla sua generazione di riferimento, quella dei nati dopo la seconda guerra mondiale.

Questa volta sotto l’occhio del suo riflettore letterario finisce la generazione dei nati negli anni settanta del novecento. Si tratta di tre ragazzi romani, trentenni a cavallo del 2001, al crinale di passaggio dalla gioventù alla piena maturità. Giacomo, Enzo e Filippo hanno personalità ben individuate, tanto è vero che la prima parte del libro fornisce una disamina analitica delle rispettive ideologie, psicologie e mentalità (non del ceto sociale, che si intuisce essere un fattore accomunante), ma esistono solo in quanto terzetto, creatosi e cementatosi nella frequentazione del mitico liceo Mamiani di Roma. Insieme diventano “GEF”, acronimo formato dalle iniziali dei loro nomi, per la comune amica (e amante) Biba: sono la declinazione, rispettivamente, teorico-impegnata, scettico-depressa ed empatico-qualunquista di un unico individuo, di un idealtipo generazionale, allo stesso tempo carico dei residui novecenteschi dei padri e pronto a immettersi con un senso di sfiducia e di confusione nel terzo millennio della precarietà e del crollo delle narrazioni ideologiche.

L’occasione romanzesca è la gita serale dei tre a Lavinio per partecipare a una festa al mare, a luglio, in piena afa estiva, in concomitanza con i giorni del G8 di Genova, quelli che segneranno la cesura storica definitiva. A fare da contrappeso al disimpegno dei tre, alla versione balneare e festaiola di una generazione, è Biba, che per motivi non chiari neppure a lei stessa è andata a Genova e assiste sgomenta alla violenza delle forze dell’ordine sui manifestanti.

In Dove credi di andare, raccolta di racconti con cui Pecoraro ha esordito nel 2007, è presente il racconto Camere e stanze, probabilmente una delle prime prove narrative in assoluto dall’autore, in cui la trama sentimentale tra un cinquantenne e una ventenne è l’innesco per mettere in scena, in modo surreale e parodistico e dal punto di vista inorridito del cinquantenne, l’affacciarsi distruttivo della generazione dei giovani “barbari”. In questo romanzo, invece, Pecoraro sembra riprendere lo stesso tema per fornire la versione dell’altra parte in conflitto, cioè quella dei “barbari”: i giovani che, muraglia indistinta e selvaggia nel racconto, in questo romanzo assumono dei volti, delle psicologie, degli ideali.

Pecoraro non giudica, ha una visione pregevolmente empatica, non unilaterale né moralistica. Lui racconta, descrive, commenta, sviscera: tramite la lente della sua competenza architettonica e urbanistica analizza le trasformazioni sociali e storiche di Roma e del litorale tirreno; tramite la sua capacità mimetica fa parlare i ragazzi nel loro idioma, un po’ in italiano un po’ in romanesco, e ne spiega non detti e sottintesi; tramite la sua prosa gustosa, tra fiammate colte ed espressioni basse e colloquiali (il «demmerda» ripetuto ossessivamente), mette insieme vissuti individuali, storia e società in un impasto che amalgama omogeneamente categorie filosofiche e saggezza di vita. Di particolare pregio l’acume sociologico e antropologico e la chiave di lettura urbanistica, ben presente nella narrazione.

La mimesi del parlato romanesco dei personaggi, molto ben condotta dal punto di vista linguistico, viene valorizzata soprattutto nei frequenti momenti in cui prende il sopravvento il cazzeggio amicale. Scrive con una bella analogia l’autore, in quella che è forse la miglior rappresentazione di una generazione intera, che il cazzeggio «è la cosa che sanno fare meglio, è come giocare a passarsi la palla al volo nell’acqua bassa: non deve cadere, a costo di buttarsi a tuffo».

Va detto che i fatti sono assorbiti, assimilati, filtrati e reinterpretati in chiave saggistica da un personaggio nascosto dietro le quinte, che si intuisce avere la voce ironica, garbata e disincantata di Pecoraro. Questo personaggio occulto interviene per commentare o per svolgere delle vere e proprie digressioni saggistiche, in quello che assume la forma di un didascalismo riflessivo che rischia di far saltare, in alcuni punti, la credibilità narrativa delle conversazioni dei protagonisti.

Lo scrittore sembra celarsi, in particolare, dietro il personaggio di Enzo, il «cripto-depresso» che osserva, con lucida consapevolezza, la vitalità di Filippo, il predatore di donne, e capisce che Filippo, il meno colto e meno ostentatamente intellettuale dei tre, è «il più autenticamente intelligente». Sembra affiorare, in modo poco centrale nell’equilibrio della narrazione, e fare da motore sottostante al tono saggistico di fondo, il tema dell’inadeguatezza dell’intellettuale rispetto al mondo della vita, che (guarda caso) si scorge altrettanto nitidamente nell’orrore del protagonista cinquantenne di Camere e stanze.

Le cose migliori, dal mio punto di vista, vengono fuori quando la voce dell’autore sembra distrarsi, e i personaggi parlano con il loro vissuto e con la loro lingua; quando, per esempio, posto di fronte all’evidenza dei fatti, il complesso di inferiorità di Enzo nei confronti di un maschio vitale e meno impacciatamente riflessivo rispetto a lui viene fuori sotto forma di dispetto.

In generale, ho particolarmente apprezzato la prosa affilata e stratificata e l’apertura mentale dello sguardo dell’autore, pregno di categorie novecentesche ma genuinamente curioso verso il terzo millennio e capace di intuire, con scaltrezza, alcune verità profonde che alla nuova generazione sfuggono.

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