Si fa un gran parlare, ultimamente, di finzione nella narrativa. Da un lato si assiste alla tendenza crescente a favore delle “storie vere”, cioè delle storie non inventate: il pubblico vuole leggere di fatti realmente accaduti, le “storie vere” vincono premi letterari importanti (l’ultimo in ordine di tempo, e il più autorevole, è il premio Strega), l’editoria cavalca il trend per vendere. Dall’altro lato, però, gli addetti ai lavori e gli specialisti, soprattutto di estrazione accademica, si pongono come cavalieri della narrativa letteraria di invenzione, levandosi in difesa dei diritti della finzione.
Ho letto due begli interventi in questo senso: uno di Walter Siti su Domani (il “condizionale” di Aristotele) e uno di Giulio Mozzi su Snaporaz (Robinson Crusoe come “libro di memorie”). Con andature argomentative diverse (più speculativo e analitico Siti, più sornione e digressivo Mozzi), entrambi giungono a conclusioni simili: la veridicità nei fatti narrati non è, di per sé, garanzia di verità, anzi…; tanto più è alto il contenuto di finzione nella letteratura, tanto più essa si avvicina ad abbracciare una porzione profonda di verità; non esistono fatti, esistono solo storie, e pretendere di trovare verità nell’aderenza delle storie ai fatti realmente accaduti significa gettarsi indifesi tra le braccia della finzione; ciò che riscatta la finzione e porta alla verità è solo, semmai, la “forma” (lo “stile” in Siti).
Sono tendenzialmente vicino a queste posizioni. E’ vero: non esistono fatti, esistono solo interpretazioni e rappresentazioni, cioè storie. Come lettore, non mi curo di capire se un’opera narrativa sia tratta da una “storia vera”. Recentemente ho avuto serie perplessità sull’approccio di migrare di peso vicende reali sul piano della fiction. Mi ha sbalordito molto, per fare un esempio, la disinvoltura con cui un regista di grande spessore come Bellocchio ha mescolato scottante verità storica e invenzione nella serie sul caso Moro; un’opera di sicuro pregio artistico, ma anche un’operazione di dubbia moralità nei confronti degli esseri umani direttamente coinvolti nelle vicende.
Eppure, penso che queste argomentazioni non risolvano il problema reale che sta sotto, non affrontino la vera posta in gioco. Mi fanno, anzi, l’effetto di un’ elegante alzata di spalle, anche un po’ snob.
La domanda di fondo secondo me è un’altra: qual è il valore di verità della conoscenza narrativa? Che grado di verità hanno le storie che raccontiamo?
Prima di essere resa sofisticata nella forma rarefatta della letteratura e dell’arte, la storia è il mezzo di conoscenza più immediato e naturale che abbia a disposizione un essere umano. Non sapevo, faccio un’esperienza, ora so e racconto. Chiedo un consiglio a un altro essere umano e lui mi racconta la storia di un’esperienza personale, da cui trarre insegnamenti e ammonimenti. Mi hanno raccontato questo, io traggo delle conclusioni che sono utili per me, quando magari un domani dovrò affrontare un’esperienza simile.
La storia plasma la comprensione umana del mondo, la storia insegna. Ben prima che modalità di conoscenza estremamente raffinate, come la scienza e la tecnica, prevalessero e portassero al progresso, le storie hanno guidato gli esseri umani nella loro azione.
A differenza della scienza-tecnica, che si basa sull’esperimento ripetibile e riproducibile, sul modello simbolico rigoroso della realtà (la formula matematica, la mappa o il diagramma, l’immagine fotografica), la storia si basa sull’esperienza, unica per definizione, non analizzabile con leggi quantitative generalizzanti, non trattabile con metodi induttivi di trial and error, di ricerca del fattore differenziante.
Chi ci vuole prendere in giro, per manipolarci, inventa storie argute, convincendoci per proprio interesse col racconto dell’esperienza di qualcosa di falso. Quindi tutti impariamo a diffidare delle storie: sappiamo che come strumento di conoscenza sono il più falsificabile che ci sia. Ma sappiamo anche che, per vivere, non possiamo farne a meno.
Ecco perché il grado di veridicità di una storia, l’ancoraggio a fatti realmente accaduti, è un criterio considerato tanto importante. In un mondo costruito sul virtuale, in cui le storie si sono moltiplicate, in cui persino foto e video sono falsificabili, il sapere che una storia è vera costituisce una difesa psicologica molto importante contro la disarmata esposizione a una storia tendenziosamente falsa.
E, di qui, la domanda chiave: la “forma” può farsi garanzia di verità?
Dipende da cosa si intenda per “forma”. Si intende un forte grado di sofisticazione letteraria?
L’alzata di spalle, colta e ben argomentata, contro il trend delle “storie vere” nella narrativa mi sembra che sottovaluti l’insoddisfazione per l’elevato grado di sofisticazione (cioè per l’eccesso di finzione, o di ideologizzazione, di alcune storie), che fa saltare il criterio di verosimiglianza, il “condizionale” di Aristotele. Il ritenere, diffuso tra molti lettori comuni, che la forma letterariamente sofisticata sia indice di manipolazione dei fatti, di tendenziosità, è un problema da non scartare con superficialità.
Questo mi sembra particolarmente importante per molta produzione letteraria italiana contemporanea, dove questo malinteso concetto di “forma” porta a storie frutto di pesante ideologizzazione da parte dell’autore, in cui gli insegnamenti non derivano dallo svolgimento della storia, dalle sue deviazioni e dalle sue onde, ma si rivelano impliciti sin dalla premesse iniziali della narrazione, e dove lo sguardo realistico dei grandi scrittori del passato, che registrava fatti e sensazioni contraddittori senza censurarli, cede il passo alla complessa razionalizzazione psicologica e sociologica in cui i personaggi della finzione sono sottoordinati a invadenti leggi filosofiche o antropologiche che l’autore individua a priori.
Mi riferisco alle colate teoriche, alle soverchianti digressioni saggistiche (a volte sembra che la digressione sia la storia, in realtà!), alle prose considerate raffinate da scrittori di estrazione accademica secondo criteri da rivista culturale o di costume (il mito malinteso della “voce”), e che hanno l’effetto finale di “mascherare” i fatti narrati, personalizzando all’estremo la percezione della realtà, di modo che dopo aver letto il romanzo si possa capire tutto della personalità dello scrittore, ma poco o niente della vicenda. Quello che avviene è il totale rovesciamento della concezione della storia come percorso verso una verità: la verità, decisa a priori dallo scrittore, viene messa goffamente sotto forma di storia, in un modo così artefatto che risulta impossibile credere alla veridicità della stessa.
Questo ha l’effetto paradossale di spalancare la porta verso la finzione manipolatrice più brutale proposta da una certa produzione narrativa midcult, di buon successo commerciale, che riesce però a mascherare meglio, presso un lettore ingenuo, le proprie pesanti premesse ideologiche, occultandole invece di farle trasparire tra una parola ricercata e l’altra, tra una citazione e l’altra, tra un periodo dalla sintassi inutilmente elaborata e l’altro.
La raffinata forma delle opere dell’ultimo Bellocchio è garanzia di comprensione profonda delle vicende storiche italiane che fanno da contesto? Il brillante stile saggistico della prosa del Siti scrittore certifica la veridicità profonda delle dinamiche psichiche, sociali, storiche che rappresenta nei suoi romanzi? Non sarà piuttosto che il grado di sofferenza e di dolore vissuto e condensato da Ada D’Adamo nel suo Come d’aria sia la garanzia migliore, non in assoluto ma in rapporto al grado di verità sempre incerto e parziale che una storia umana può fornire, del grado di veridicità delle sue emozioni e delle sue riflessioni circa la condizione di mamma malata di una figlia con un pesante handicap?
Non ho risposte a questo domande. Ma mi sembra che esse meritino un’analisi ancora più approfondita, perché la posta in gioco è la letteratura come l’abbiamo conosciuta, e amata, fino a oggi.