L’estate come categoria dello spirito: intervista a Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro, romano classe 1945, è autore di alcune delle più importanti opere di narrativa italiane degli anni duemila, come La vita in tempo di pace (2013, finalista al Premio Strega) e Lo stradone (2019, finalista al Premio Campiello).

A marzo del 2023 ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Solo vera è l’estate (Ponte alle Grazie, 208 pagine), in cui le vicende di tre amici trentenni e della comune amica e amante Biba si intrecciano con l’enormità degli eventi del G8 di Genova.

In questa intervista Pecoraro ci parla di un po’ di cose: della genesi del romanzo, del suo rapporto con i personaggi, di alcuni aspetti del suo processo di scrittura e anche della centralità delle opere di Beppe Fenoglio nelle sue riflessioni.

Partirei dalla forma. Solo vera è l’estate è un libro più snello e, da un punto di vista narrativo, retto da un’architettura più classica dei precedenti. È stata una scelta a priori o si è imposta durante la scrittura?

È stata una scelta a priori. Dopo la pubblicazione de La vita in tempo di pace, nel 2013, mi sono detto che non potevo continuare a scrivere in quel modo, aggregando materiali eterogenei. Non mi sembrava né serio, né professionale. Mi sono detto che bisognava inventare dei personaggi, costruire delle storie, scrivere i libri dall’inizio alla fine. Non va bene scrivere il finale del libro dopo due anni perché per due anni non lo si è avuto in mente. E questo, nonostante molte persone a cui ne ho parlato al tempo non fossero d’accordo…

Però ci ho messo dieci anni per farlo, perché nel frattempo seguitavo a scrivere nell’altro modo. Devo dire che è stata una cosa fatta anche con un certo piacere, però ci ho messo un certo tempo a capire in che modo impostare il lavoro, soprattutto sui personaggi: capire chi fossero, che faccia avessero… Poi, quando ho cominciato a scrivere, la scrittura è stata abbastanza fluida, soprattutto nei dialoghi, che erano quelli che mi preoccupavano di più, perché inizialmente doveva essere un libro meno tradizionale di quello che è venuto fuori, interamente costruito sui dialoghi tra tre persone. Biba non doveva comparire mai, doveva essere una presenza esterna, legata ai tre da un rapporto di potere. A un certo punto, molto in là, è comparsa e si è fatta strada.

C’è da dire che in generale non progetto mai i miei libri. Mi è riuscito di progettare al massimo qualche racconto.

Il protagonista è in realtà è un acronimo: GEF, che sta per Giacomo Enzo Filippo. Per Biba, l’amica e amante dei tre, i tre amici sono una cosa sola; nel libro l’idea della fusione tra i tre, simboleggiata dal microcosmo della Yaris su cui viaggiano e si relazionano, è ben presente. A me sembra però interessante anche la dinamica delle differenze psicologiche e intellettuali: l’ideologo strutturato, il riflessivo «cripto-depresso» e l’empatico seduttore. Perché hai preferito evitare che uno dei tre personaggi prevalesse?

Permettimi intanto di precisare che ognuno, ovviamente, può vederci i simboli che desidera, ma io nella scrittura non ragiono per simboli. Non scrivo le cose perché significano altro da quello che significano. Questo mi sta a cuore precisarlo.

Per venire alla tua domanda: di fatto prevale Giacomo, perché è quello più intelligente, o, meglio, quello più acculturato, quello che, da studioso di Filosofia, sostanzialmente possiede gli strumenti del pensiero. Per gli altri è diverso. A Filippo non importa per niente pensare, e a Enzo, non dico che non importi per niente, ma quasi…

Detto questo, c’era anche una certa idea di egualitarismo all’interno di un rapporto amicale. Quello che io volevo rappresentare era un rapporto di amicizia quasi ideale, un po’ come quello che avevo osservato in un certo periodo della vita di mio figlio, in cui lui portava degli amici in campagna e io notavo questa loro capacità di essere completamente rilassati, di non doversi dimostrare niente l’uno con l’altro.

È infatti ben rappresentata l’atmosfera di cazzeggio tra maschi…

Il cazzeggio è una delle cose più preziose che esistano. Soprattutto il cazzeggio dei tre, che non è totalmente cazzeggio, perché contiene elementi di riflessione. Filippo ed Enzo chiedono aiuto in maniera indiretta a Giacomo, soprattutto per interpretare la fase storica in cui si sta verificando l’evento di Genova. A loro il G8 interessa fino a un certo punto, perché, come è successo anche a me alla loro età, a trent’anni si è intenti a trovare un proprio posto nella vita, ad affermarsi professionalmente.

Ce n’è uno per cui Francesco Pecoraro simpatizza? O, anche, uno che ha creato più difficoltà nella scrittura, nell’immedesimazione?

Simpatizzo, come credo tutti quelli che hanno letto il libro, per Filippo. Difficoltà di scrittura invece no, questo no, per nessuno di loro. C’è una certa immedesimazione in Enzo, anche perché fa un mestiere analogo a quello che ho fatto io per quarant’anni.

Arriviamo al quarto protagonista, che è quello occulto. Nei dialoghi e nelle riflessioni dei personaggi non mancano le interferenze, a volte addirittura saggistiche, di un Io di cultura e generazione differente, assimilabile all’autore o ai suoi alter ego letterari. Carlo Mazza Galanti scrive nella sua recensione per Il Tascabile che il «realismo salta, e ci ritroviamo in quel campo magnetico dell’io che sprigionano autori egotici come Walter Siti e lo stesso Pecoraro»: ti rivedi in questo giudizio? Che giustificazione ti sei dato per questa scelta a livello narrativo?

Direi intanto che rifiuto l’aggettivo “egotico”. Una cosa è essere presenti in quello che si scrive senza fingere una qualche alterità che in realtà non c’è, altra cosa è essere egotici, cosa che significa accarezzare il proprio ego.

In questo libro mi ero proposto alcune cose. La prima: adottare la postura del narratore onnisciente, senza i problemi che mi sono posto nei libri precedenti di mettermi all’altezza dei personaggi. La seconda: avvalermi della libertà di intervenire nella vicenda come soggetto narrante. Non è che vi abbia fatto ricorso in modo pesante, ma un po’ l’ho fatto. Però l’obiettivo non era autorappresentarmi: l’ho fatto perché non sapevo in che altro modo dire certe cose che mi stavano a cuore.

A partire dal titolo è centrale il concetto di “estate”, io direi proprio di “balnearità”: il piacere fisico, lo stare a mollo rimuovendo le preoccupazioni, la pura superficie. Allo stesso modo, Biba (spoiler alert) nel finale sembra scegliere finalmente uno dei tre poli: è Filippo, che simboleggia proprio l’indolenza empatica, il benessere, il rapporto meno problematico con l’altro (senza i complessi schemi ideologici di Giacomo e la riflessività profonda e sfiduciata di Enzo), in una parola il mondo della vita. È una lettura corretta?

A parte la coincidenza dell’“estate” con la “balnearità”, che rifiuto in toto, per il resto sì. Assolutamente sì. L’estate è una categoria dello spirito, uno stato metafisico in cui avvengono delle esperienze particolari. Ma l’aspetto della spiaggia, della balnearità, non entra nel libro.

C’è una scena del libro, molto bella e perturbante, in cui si parla di un piccione malato. Il piccione malato mi risulta sia stato addirittura il primo titolo provvisorio del materiale che si accumulava nel tuo pc, giusto?

Tutto nasce da un episodio raccontatomi da mio figlio. Una notte, mentre dormiva nella casa al mare, fu svegliato da un rumore, trovò questo piccione ferito e si pose il problema di come gestire la situazione. Lui in realtà non lo ammazzò, credo sia riuscito a chiuderlo fuori.

Si capisce dal punto in cui la scena è posizionata che è uno dei nuclei emozionali del libro, anche se in termini di pura funzionalità narrativa non ha un ruolo rilevante. Vuoi commentare?

Sì, doveva essere un nucleo emozionale del libro così come ideato originariamente; libro che tra l’altro doveva essere più breve, solo un racconto, e finire proprio in quella maniera lì. Poi non lo è stato, le cose non vengono mai come uno vorrebbe che venissero, e questo vale un po’ per tutto.

 «Niente vale la vita di nessuno, niente vale la mia vita, niente vale niente, vale solo vivere, morire non è un atto politico, è solo morire…» Questo capisce Biba a un certo punto, posta di fronte al trauma della morte di Carlo Giuliani al G8. Tu sei un autore ben radicato nel novecento, per anagrafe, per mentalità e per immaginario. Questo che secondo me è un presupposto implicito e scontato dalla Generazione Y (cioè dai nati degli anni ottanta) in poi, per l’individualismo e l’edonismo della società dei consumi, mi sembra invece un’acquisizione di straordinario peso intellettuale e, credo, anche sofferenza psicologica per chi, prima, aveva creduto nelle ideologie e nelle grandi narrazioni di senso collettive. Questa conquista intellettuale rappresenta quasi l’emblema di una mutazione storica e sociale.

È possibile che sia come dici tu, che ci sia anche questo significato. Tuttavia, per quel che mi riguarda, questa è una cosa che ho pensato nel 1968, quando mi sono trovato davanti una pistola puntata al petto da un maresciallo dei carabinieri uscito fuori di testa, mentre ero solo, nel senso che ero lontano da chi manifestava dietro di me e dalle forze dell’ordine: in quel momento ho capito che sarei potuto morire nella maniera più stupida. Da quel giorno sono rimasto scioccato, non sono mai più andato a una manifestazione.

Questo porta con sé una serie di cose che giustamente tu rilevi riguardo l’essere disposti a morire per una causa… Io penso spesso alla Resistenza partigiana. Se fossi nato venti anni prima, non so se avrei fatto la Resistenza. Ho letto parecchi libri sull’argomento, soprattutto quelli meravigliosi di Fenoglio, e mi sono chiesto a ogni pagina cosa avrei fatto io, se avrei avuto il coraggio di mettere in gioco la mia vita per una causa. In realtà, Fenoglio, che tra l’altro era un badogliano, quindi un monarchico (la Resistenza l’hanno fatta anche i monarchici), non aveva questo input ideologico così forte. Lui afferma più volte, per tutte le varie stesure de Il partigiano Johnny, che il suo è puro odio. Una forma pura di odio per i fascisti.

Sempre sul discorso della mutazione generazionale: in Camere e stanze, il tuo racconto di esordio ripubblicato da poco, il protagonista cinquantenne assiste inorridito all’invasione dei “barbari”, dei giovani appartenenti alla generazione della sua amante, che gli mettono casa a soqquadro. Anni dopo, in Solo vera è l’estate, è evidente lo sforzo di capire la nuova generazione, guardando al mondo dalla loro prospettiva. È così? C’è un rapporto tra le due narrazioni? È cambiato qualcosa nel tuo modo di vedere rispetto a quel racconto?

A dire il vero, non avevo mai pensato a questo collegamento. Il racconto che citi è stato scritto nel 2003 o nel 2004, è stato il primo racconto della mia vita, e non c’è identificazione tra me e il protagonista. A quei tempi avevo questa sensazione, dovuta anche a delle vicende personali, di essere aggredito dai barbari. Poi, questo concetto l’ho ritrovato in Baricco, Baricco l’ha esplicitato con un suo libro (il libro è I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli 2013, NdR).

Quel racconto è il resoconto di un sogno ricorrente che facevo allora, quello di avere la casa devastata da alcune persone: persone che non lo fanno per cattiveria, ma per il semplice fatto di trovarsi lì.

Adesso amplio un po’ la prospettiva: hai scritto un’opera di pura finzione, i cui protagonisti sono creati dalla fantasia dell’autore, anche se ovviamente prendi spunto dalle tue esperienze personali e le rimodelli. Come ti poni rispetto a chi, secondo un’opinione diffusa soprattutto presso i lettori di formazione letteraria meno classica, ha fame di “storie vere”, di “storie realmente accadute”?

Devo dire che non me ne importa molto. Posso scrivere storie vere e storie non vere, non mi pongo questo problema.

Poi, certamente, ci sono elementi di verità nei miei libri. Ne Lo Stradone ci sta, per esempio, la storia degli operai nelle fornaci. Le interviste che compaiono sono tutte autentiche tranne una, le ho prese da una rivista dell’epoca, Critica sociale di Ferrarotti.

In Solo vera è l’estate c’è naturalmente la verità storica del G8 di Genova. Io non sono stato presente e non ci sarei andato, per motivi di età innanzitutto, ma le cose narrate nel libro sono realmente accadute. Ho fatto un lavoro di documentazione faticoso e, devo dire, interessante.

Una cosa che mi intriga molto della tua biografia e delle tue opere è che tu ti sei formato e hai lavorato come architetto: si avverte nei tuoi libri il peso del mondo della tecnica, che una certa concezione di derivazione umanistica, a volte autoreferenziale, rischia di trascurare, se non proprio di sminuire… Si avverte non solo in termini di sensibilità verso il dominio delle cose e verso il loro lessico, ma proprio in termini di sguardo sul mondo, più “vaccinato” rispetto alle suggestioni della pura parola o del puro simbolismo. Hai mai riflettuto in questi termini?

Ti ringrazio, lo ritengo un complimento. Devo precisare che non esercito la professione di architetto da un po’ di anni, ma sono rimasto un architetto nello sguardo, questo è vero, ed è difficile rimuovere questa parte di me mentre scrivo.

In generale, quello che posso dirti è che mi meraviglia vedere come molte persone con una cultura molto superiore alla mia non abbiano nessun tipo di sensibilità verso queste cose.

Aggiungo, per completare, che leggo molta divulgazione scientifica, che mi interessa molto rispetto alle visioni filosofiche o letterarie: questo al netto dei miei limiti di comprensione quando si arriva a teorie matematiche complesse…

Naturalmente, la componente politica in me è altrettanto importante. Non riesco a rinunciare alla visione politica della realtà, cioè all’analisi del sistema di cause per cui le cose succedono, che è stata centrale nella mia formazione. Mi fa molto impressione che le cosiddette nuove generazioni facciano discorsi sul presente senza tirare in ballo la dimensione politica, cioè la dimensione dei rapporti di forza tra le classi sociali, o quello che ne resta. Tutte domande che io continuo a pormi.

Domanda finale per chiudere in leggerezza: puoi consigliare un autore di narrativa, uno solo, ai tuoi lettori. Chi e perché?

Direi Fenoglio, che non è letto come meriterebbe. È l’autore della seconda metà del Novecento più interessante per me, certamente più di un Moravia o di un Calvino, o anche di Pasolini, che pure mi interessa molto. Fenoglio è il vero dominatore della seconda metà del Novecento, assieme a Gadda e a qualcun altro.

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